
TERRA ARSA
Aspro il profumo di timo selvatico,
caparbio nel vivere in rocce assolate
terra rossa arida e antica,
resa dura e ferrigna da venti sprezzanti
salino sale dal mare inquieto,
sibilando negli anfratti, vecchie dimore di lucertole curiose
lontani sentori di fichi d’india ancora acerbi,
rifrange la luce sui sassi bianchi e accecanti.
Bacche di ginepro sparse in pungenti rovi,
segnati dall’arsura, rossastri e aciduli
al tramonto tutto s’acquieta.
Si sparge sottile l’aroma di mandorla dolce
terra desolata e poco generosa,
s’erge maestosa sul mare egeo
balza imponente su acque inquiete
schiaffi di schiuma
in alto tiepidi campi,
rinfresca il palato il pallido melone
miele di ginestra
ancestrali sapori mediterranei.
Il frutto si sposa,
fichi colti all’alba da mani incallite
verdi smaglianti
salvia odorosa
nell'aria ondeggia.
© Roberto Rinaldi
Da questa poesia è nato un piatto ideato da Maria una cuoca di Torino che dopo averla letta ne ha tratto un piatto decisamente originale e molto gustoso. Lei e un suo collega lo hanno cucinato per amici poeti e il risultato è stato straordinario. per sua gentile concessione pubblico la ricetta. La salvia e il timo proveniva dall'isola di Folegandros nelle Cicladi minori, isola definita della mente, dove è stata composta questa poesia.
Ingredienti
Spallina di agnello disossata
una manciata di timo e salvia
una manciata di fighi secchi
qualche mandorla tostata
vino rosso tipo il Cirò
sale, olio extravergine.
La spalla d'agnello va disossata allargando con un coltellino e si fanno delle piccole incisioni interne dove si riempono di un impasto preparato in precedenza (salvia sale e timo sbriciolato finemente) Si lega con spago da cucina dando una forma cilindrica. In un tegame si fa rosolare nell'olio extravergine da tutti i lati poi si bagna con del vino rosso tipo il Cirò, si fa sfumare, si aggiunge del brodo vegetale e si finisce la cottura in circa un'ora. A parte si tagliano a filetti sottili i fichi secchi. In un tegamino si coprono con lo stesso vino e si fanno cucinare finchè non risultano disfatti , facendo attenzione che il vino non asciughi troppo. Regolare di sale solo alla fine, Lasciare raffreddare l'arrosto poi affettarlo non troppo sottilmente ricoprendolo col suo sugo di cottura e accanto aggiungere un paio di cucchiaiate di fichi, decorare con filetti di mandorle tostate.
Il piatto aveva tutti i sapori dell'isola, i profumi di queste erbe aromatiche raccolte al tramonto. Maria è stata bravissima a riprodurre ciò che avevo percepito sull'isola e solo la poesia non poteva descrivere.

Un giorno senza nebbia e senza sogni

Quel giorno si era svegliata con la nebbia e questo la rendeva infelice. Un evento raro per la sua città, ma proprio per questo difficile da sopportare. La statua era abituata tutte le mattine ad ammirare i passanti che circolavano in Campo San Samuele, in fin dei conti era l'unico suo passatempo da quando avevano deciso di collocarla lì. Avrebbe preferito una piazza più grande, con vista panoramica su qualche vetta alpina, magari di quelle innevate tutto l'anno. Sentiva spesso parlare delle montagne ma non le aveva mai viste. L'aveva commissionata il Doge Manin per abellire e il suo unico viaggio l'aveva portata dalla bottega dell'artista fino al ponte delle Zattere.Oggi la nebbia la faceva sentire ancora più triste. Non riusciva a vedere nemmeno la punta del suo naso e le persone che passavano da quelle parti erano solo delle ombre sfuggenti.Il suo hobby era quello di contare ogni giorno quante persone percorrevano il tragitto da un parte all'altra del Campo. Fino ad oggi erano quattordici milioni, trecento mila settecentoquattro uomini e donne, cinquemilaquattrocentoventiquattro cani, duemila gatti. Una volta era passato anche una scimmia scappata da qualche zoo, ma aveva perso il conto di quanti piccioni si erano posati sulla sua testa, lasciando spesso tracce organiche maleodoranti. Aveva anche sentito dire che la nebbia a Milano era una consuetudine e che nessuno in quella città ci faceva più caso. Si consolò e pensò tra sé e sé: "Meglio rinunciare a chiedere il trasferimento. Ci saranno pure le montagne a Milano, ma poi cosa te ne fai se non le puoi mai vedere. Resto qui a casa mia. Si soffre un po' di reumatismi per l'umidità del mare, ma quando c'è il Carnevale ci si diverte così tanto”. Chiuse gli occhi pensando ad un giorno senza nebbia e senza sogni.

Niente

Niente era stato il motivo che lo aveva convinto a partire. “Niente” si era detto, non sapendo nemmeno lui il perché. Da quel niente si era ritrovato su di un’isola di cui non aveva mai saputo nulla. Aveva trascorso tutta la vita senza chiedersi niente. Abituato a vivere, senza mai chiedersi cosa ci facesse in quel momento, in un posto qualunque, si guardò intorno e si convinse subito di un'idea: anche ora non c’era niente che gli potesse far cambiare idea. Il poliziotto al controllo passaporti gli chiese il motivo che lo aveva portato all’Avana. “Nessun motivo”, rispose come se fosse normale volare da una parte all’altra dell’Oceano Atlantico per un niente. Si ritrovò lungo il Malecon nell’ora del tramonto inondato di luce. Sul molo antistante il mare un giovane uomo bagnava la pietra porosa con l’acqua per poi prendere la rincorsa e far scivolare il suo corpo lucido rivestito di gocce, così trasparenti da brillare di luce dipinta. Una due tre, cento volte di seguito, senza fermarsi mai, abituato a farlo tutti i giorni dell’anno. Osservava quel corpo ricoperto di gocce sempre meno trasparenti, in un tramonto di luce asettica che si lasciava sprofondare nel mare pastoso dell’Avana. “Chissà quanto tempo ci vorrà perché diventi buio?”, ma subito dopo pensò che a lui del tempo non gli importava niente. Tutto scorreva lentamente a ritroso, rivedeva la sua vita scorrere al rallentatore, mentre il buio della sera avanzava inesorabilmente. Un sibilo suadente si diffuse per le strade deserte. Il buio rubava la luce. Rumori di passi sempre più lontani lasciavano il posto a gocce d’acqua salata, il tramonto stava per catapultarsi di là dal vuoto. Era in un posto dove il tempo non importava a nessuno. Forse non esisteva, e lui non voleva pensarci. Era lì in quel momento, ma poteva essere da un’altra parte e non provare niente di diverso, ma subito dopo si ricordò che era lì e non poteva farci niente. Una città dove le strade erano larghe quanto le piste di un aeroporto dove non atterrava mai nessuno. Un posto dove tutto si muoveva lentamente e non aveva mai fine. Il giorno dalla notte, la luce dal buio, il silenzio dal rumore. Come la musica. Tutto era musica all’Avana. Un suono che ti avvolgeva come un respiro affannoso di vivere. Era tutto e niente. Se la volevi possedere lei sfuggiva. Sempre. Era intorno a te. Tutto all’Avana stava intorno a te. Si guardò intorno. C’era solo la luce in un tramonto che sprofondava dietro l’orizzonte. C’era il vuoto, mentre diventava buio. Era così e nessuno poteva farci niente. Non riusciva più a distinguere il cielo dal mare, l'acqua dalla terra, il giovane uomo da sé stesso. Tutto era diventato l’uno e l’altro e non poteva essere altrimenti. Fu allora che scomparve dentro il buio e di lui non si disse più niente.
(immagine tratta da http://www.hidedesign.it/2d/roma/jpg/17.JPG)
Lo sguardo di pietra

Da secoli era stata condannata a rivolgere il suo sguardo altrove, senza mai poter girar la testa. Non le era consentito di vedere nessun uomo che camminasse sulla riva destra del Canal Grande.I suoi occhi potevano osservare solo la facciata del palazzo che si ergeva dall'acqua, posto sull'altra sponda, di proprietà di una nobile famiglia della Serenissima. Le era stato impedito di guardare ogni uomo di passaggio sotto l'arcata del ponte di Rialto. Il rischio era quello di restare abbagliati dalle sue grazie. La sua conturbante bellezza avrebbe potuto disorientarli e farli cadere nel canale. Su ordine dei sommi giudici la sua visuale era limitata solo in direzione delle ampie finestre di quel palazzo di marmo. Chi ci viveva, aveva l'ordine di non soffermarsi mai davanti a una delle finestre e di tenere oscurati i vetri con spesse tende di velluto. Lo sguardo avrebbe potuto pietrificare il malcapitato punito dalla sua insana curiosità. La stanza, situata all'angolo, dell'ultimo piano del palazzo, aveva una finestra che dava esattamente sul ponte, in direzione della testa. Nessuno ci viveva per paura di incorrere in quel terribile castigo. Fino a quando un giovane straniero, giunto a Venezia, aveva scelto di dormire in quella stanza. Si erano dimenticati tutti di avvisarlo del divieto di guardare fuori la finestra. Il giovane ragazzo aprì le tende per ammirare il fascino del canale dipinto tante volte. Stentava perfino a crederci. Voleva riempire i suoi occhi di quella bellezza tanto decantata nelle storie romanzate e che aveva ispirato molti scrittori. Aveva perfino deciso di dipingere su tela ciò che avrebbe visto.
Apri le vetrate e il suo sguardo fu subito catturato da quella strana testa di donna posta sul marmo della facciata del ponte. Fece appena in tempo a cogliere un labile sorriso sulle labbra di lei quando il suo corpo diventò pietra. La stanza fu immediatamente chiusa e le chiavi gettate in acqua. Dall'esterno del palazzo, se si alza lo sguardo, dietro il vetro della seconda finestra, appare un'ombra fatta di pietra. Immobile.
AFFITTASI LOCULI PER VOLATILI
POSTI MULTIPLI
MASSIMO CONFORT

Legami

Il problema è quello di capire se è stato l'albero a voler legare la panchina o è stata lei a farsi legare al tronco per paura di essere spostata di notte. C'era sempre qualcuno in preda ai fumi dell'alcol che la scambiava per un letto provvisorio. Siccome era posizionato sul marciapiede vicino al corso trafficato di auto rombanti, la poveretta finiva spesso dentro il parco dove i piccioni la usavano come pollaio. Qualche volta era anche finita nella vasca dei pesci a testa in giù. Legami aveva pensato e legata è finita. Forse l'albero mosso da compassione o la panchina stremata ha forato il legno? A voi l'ardua sentenza.
A terra

C'era una volta una carriola orgogliosa di trasportare la terra per costruire la casa del suo padrone. Capitò di forare una gomma per colpa di un maledetto chiodo caduto sulla strada e da quel giorno restò lei a terra. Per sempre. Diventando ruggine sotto la pioggia. Lei che amava stare al coperto dopo le sue sudate otto ore di onesto lavoro.
Backstage del documentario storico Il castello delle sterline
Regia di Roberto Condotta- sceneggiatura di Roberto Rinaldi.
Una produzione per la Rai di Bolzano
IL CASTELLO DELLE STERLINE
Regia di Roberto Condotta - sceneggiatura di Roberto Rinaldi
In collaborazione con la sede RAI di Bolzano
un documentario storico prossimamente sullo schermo televisivo di Rai 3

Il castello Labers vicino Merano torna ad essere il set, concesso dalla famiglia Stapf- Neubert, per un documentario storico che racconta attraverso dei testimoni, la truffa con la falsificazione di milioni di sterline inglesi, diventata anche la trama del film “Il Falsario”, premiato con l'Oscar nel 2008. Il regista Roberto Condotta dopo aver letto un'intervista a Luciano De Marchi, figlio di Amos De Marchi, l'autista del maggiore delle SS Friedrich Schwend (a capo dell'operazione al Labers), ha realizzato “Il castello delle sterline” un film che sarà trasmesso a Passpartù, programma della sede Rai di Bolzano. Le riprese si sono avvalse di testimonianze importanti che avvalorano cosa è realmente accaduto durante l'occupazione nazista a Merano: lo smistamento delle banconote false, la presenza in città di una delegazione dell'ambasciata giapponese in Italia e l'uccisione del capitano Mitsunobu caduto in un'imboscata dei partigiani, la fuga dai suoi rapitori di Amos De Marchi, autista del diplomatico giapponese, il ritrovamento di sterline false nell'organo della chiesa di San Valentino a Merano, da parte di Ezechiele Podavini, organista molto celebre. La produzione ha intervistato anche lo storico Gerald Steinacher, esperto in materia di nazismo. Le riprese sono state effettuate con nuova tecnologia ad alta definizione, girata in progressivo (simile alle riprese di documentari in pellicola) e la trama inizia con la ricostruzione dell'assassinio di Teofilo Kamber, un giovane istriano di 25 anni, ucciso dal maggiore delle SS Friedrich Schwend, sepolto di notte a Lana, per aver tradito la fiducia del maggiore, dopo aver tentato di fuggire in Valsugana in provincia di Trento, con un carico di banconote false e documenti segreti. Una vicenda raccontata anche da Paolo Cagnan, giornalista del Trentino nel suo libro “Delitti e misteri”, nel capitolo “Il tesoro d'inchiostro”. L'Operazione Bernhard prende il nome dal capitano delle SS Bernhard Krüger e nasce nel campo di concentramento nazista di Sachsenhausen in Germania, dove il più geniale falsario di banconote dell'epoca, Solomon Sorowitsch, fu in grado di riprodurre false sterline. Lo scopo era quello di immettere sui mercati inglesi milioni le banconote per indebolire l'economia del Regno Unito, creando così un'inflazione da provocare danni all'industria di guerra..Concepita nel 1939 dopo la dichiarazione di guerra franco – britannica alla Germania, ammontava a 134 milioni di sterline, talmente perfette da ingannare perfino il vaglio dei banchieri svizzeri. Nel1940, i nazisti tentarono di realizzare delle sterline contraffatte, unicamente con manodopera costituita dalle SS.

Visto che questa produzione era insufficiente, il generale Krüger, il regista dell'operazione Bernhard, decise di far produrre i falsi da alcuni deportati ebrei, professionisti della stampa, che sarebbero stati giustiziati una volta concluso il loro compito. Dopo l'otto settembre del 1943, viene presa la decisione di trasferire il centro di smistamento delle sterline false, nel castello Labers a Merano, (la storia è stata scritta anche da Paolo Valente nel libro “Porto di mare”), una città che faceva parte del territorio occupato dai nazisti. Il generale Kaltenbrunnen affida a Schwend a capo del gruppo “Wendig” il proseguo dell'operazione a Merano, città diventata un luogo strategico, in cui s’incontravano diplomatici stranieri, spie, alti ufficiali dell’esercito nazista, criminali di guerra in fuga. Uno testimoni principali è Luciano De Marchi, il quale racconta la vicenda legata al castello. “Mio padre era stato arruolato nell’esercito nel 1935 a Trento dove era addetto ai semoventi e nel 1941 fu mandato al fronte russo per combattere dove rimase tre anni aggregato alla Wehrmacht. Tornato a casa gli venne affidato il ruolo di autista del capitano Toyo Mitsunobu, con il compito di accompagnarlo nelle sue missioni. In una di queste i partigiani sugli Appennini della Toscana tesero un’imboscata all’auto uccidendo Mitsunobu. Mio padre fu catturato ma dopo un mese riuscì a tornare a casa. Da quel momento la vita della nostra famiglia cambierà a causa delle banconote false. Io e miei genitori andammo a vivere nel castello e mio padre diventò l’autista del maggiore Schwend. Io potevo vedere cosa facevano i tedeschi – ricorda De Marchi - quando caricavano le casse delle sterline sui camion, scortati dai soldati che le trasferivano all'estero”. Ezechiele Podavini invece ha scoperto le sterline false occultate dentro l'organo della chiesetta di San Valentino. “Durante un'ispezione all'organo (con lui c'erano anche un sacerdote, don Albino Tura e l'organista Renato Fait, ndr) celati dietro la tastiera, c'erano quarantatré pacchi da dieci banconote ognuno, da dieci e da cinque sterline, in carta da filigrana bianca. Recavano il numero di serie e la firma del cassiere della Banca d'Inghilterra, emesse fra il 1933 e il 1938. Al cambio, se fossero state buone, il loro valore sarebbe stato di cinque milioni di lire. Furono poi consegnate alla polizia. I tedeschi le avevano nascoste nella chiesa ritenendolo un nascondiglio sicuro”.

Nel filmato si vede anche Luciano De Marchi bambino, interpretato da Paul Nikolaus Störk di Merano, mentre gioca vicino ai soldati tedeschi, comparse in divisa del gruppo di rivisitazione storica Feldgrau di Roma. Il regista Condotta è riuscito anche a ottenere dei filmati originali risalenti alla seconda guerra mondiale, e sul set circolano mezzi d'epoca originali come dei sidecars Bmw - r75 e auto Kübelwagen. Durante le ricerche per scrivere la sceneggiatura, consultando il libro “Il mistero della Missione giapponese” di Paolo Savegnago e Luca Valente e il contributo di Paolo Valente, (edito da Cierre e Istituto storico della resistenza della Provincia di Vicenza “Ettore Gallo”) si è saputo che nel 1943 il capitano Mitsunobu (interpretato da Hajime Saito che di professione fa il cuoco), insieme al capitano Yamanaka firmarono il libro degli ospiti di Castel Tirolo, dove si erano recati in visita con le famiglie. Una traccia indelebile della loro presenza a Merano, crocevia di intrighi internazionali e vicende ancora in parte misteriose.

CONFERENZA LA PITTURA BAROCCO IN ALTO ADIGE
Tra prospettiva e narrazione: la pittura murale barocca in Alto Adige, è il titolo della conferenza in programma giovedì 14 maggio alle 18 presso il Centro Trevi di via Cappuccini 28 a Bolzano. Leo Andergassen, storico dell'arte, soprintendente ai beni culturali della provincia di Bolzano, è stato invitato dall'assessorato alla Cultura provinciale, nell'ambito delle manifestazioni collaterali di Respiro Barocco, denominate Calice Barocco. Un viaggio nella Napoli del Seicento, secolo controverso ed affascinante, un'occasione unica di ammirare dodici opere esemplari del Barocco napoletano, esposte fino al 27 maggio, in collaborazione con la Soprintendenza Storico Artistica ed Paleoantropologica e per il Polo Museale di Napoli. Un percorso completo ed esaustivo che permette un'incursione nel mondo della storia dell'arte dedicato ai capolavori barocchi curato dal soprintendente del Museo di Capodimonte Nicola Spinosa, ( sarà presente a Bolzano il 21 maggio per parlare del barocco napoletano), considerato l'esperto mondiale più importante, al quale è stato conferito un premio a New York, nella sede della Frick Collection , uno dei musei americani più prestigiosi per le sue celebri raccolte d’arte italiane e straniere. Il premio Excellency Award 2008, è un riconoscimento per la promozione e la diffusione della cultura italiana negli Stati Uniti, per aver valorizzato aspetti e momenti della civiltà napoletana. Il premio è stato conferito dalla Foundation for Italian Art and Culture. Il soprintendente Leo Andergassen anticipa in questa intervista le tematiche che affronterà nella sua relazione aperta al pubblico.
Quando si è sviluppata la vera pittura murale barocca nella nostra provincia e sotto quale influenza?
“In provincia di Bolzano si sono mantenuti a lungo i principi decorativi del 600, i quadri riportati, piccole parti affrescate tra estese stuccature come nella chiesa della Madonna a Sabina di Stephan Kessler. La grande pittura murale senza lacune arriva molto più tardi, mentre l’influenza da sud, all’inizio, non è così rilevante come quella da nord, come quella nella chiesetta del Calvario presso Bolzano realizzata da Johann Baptist Hueber”.
L’opera più importante del barocco in Alto Adige?
“È il duomo di Bressanone, risalente al tardo barocco e affrescato da Paul Troger, anche se il restauro del 1895 ha rovinato l’aspetto generale. Ma qui siamo già nel secolo dopo, nel 700. Troger ha visitato tutti centri d’arte italiani e appreso tecniche e ispirazioni. Anche l’allestimento di Matthäus Günther di Augusta nella chiesa abbaziale di Novacella è una delle opere maggiori del barocco locale. Günther era allievo di C.D. Asam che a sua volta ha imparato la spettacolare prospettiva da Andrea del Pozzo e ha già trovato grandi soluzioni nelle volte affrescate a Innsbruck. Da questo si evince che esistono numerosi collegamenti tra artisti in quell’epoca”.
Chi è il pittore italiano che ha avuto maggiore influenza sull’arte barocca locale?
“Pietro da Cortona, l’esponente del barocco romano, il maestro della spettacolare volta nel palazzo Barberini. Nella sua bottega hanno imparato i fratelli Schor e Waldmann di Innsbruck. Ma in generale questa influenza arriva qui con un ritardo di 30- 40 anni. E fino alle grande pittura murale piena di accorgimenti prospettici e illusionistici di Troger dovrà trascorrere ancora molto tempo”.