“Ho l’impressione che più si va oltre e più trovo materiale interessante per svelare lati ancora oscuri del rebus. Mi verrebbe da pensare che ci sia in corso una campagna di scavi archeologici dentro i nostri corpi e nella nostra anima”.
Il pensiero si era materializzato dopo lunghi estenuanti momenti, trascorsi ad attendere sue notizie; in effetti, di lui sapeva troppo poco. Un misterioso interlocutore conosciuto di notte navigando in internet. “Un fatale inciampo” aveva scritto.
Erano entrati in rotta di collisione in uno spazio virtuale, in cui scambiare emozioni vere o false, non importava molto. Un posto riservato all’immaginario collettivo capaci di sfidare ogni qualsiasi regola sociale perfino le leggi della fisica, pronti a tutto e loro due erano ben determinati a farlo.
Troppe emozioni e sentimenti scambiati e vissuti sul serio, tramite quella pallida immagine, troppo perfetta perché fosse vera eppure esisteva.
L’immagine di per sé aveva un misterioso fascino, ma c’era qualcosa d’insolito, di stravagante, di volutamente ironico, per ingannare chi si era già perso anche troppo in un’infatuazione. .
Un incontro casuale?
Nessuno dei due era sicuro di giurarci.
In questa storia di casuale non è che ci fosse molto a dire il vero.
“Vedo in questo tentativo condiviso a pieno, la necessità di sondare terreni ancora inesplorati del nostro vivere passato, presente e forse anche futuro. Chi meglio di noi è in grado di poterlo fare? In fin dei conti il nostro viaggio avventuroso è iniziato proprio con uno scambio di notizie fittizie, ma capaci di scatenare reazioni, pulsioni, emozioni che alla lunga si sono rivelate vere, solide, tuttora in corso. Insomma da una rappresentazione artificiosa, forse anche surreale, siamo arrivati ad un riconoscimento reale, razionale, eppure la magia, secondo me, non è svanita del tutto”.
Cosi pensava.
Dalla fatidica notte in cui si erano “inciampati” il rebus continuava anzi, progrediva inesorabilmente.
Le chiavi del rebus
Sono nei tuoi pensieri, nel tuo cuore e condivido quello che senti. Ti ho letto questa notte a voce alta, per non perdere il suono delle tue parole, una per una, con il cuore che sobbalzava. Mi sono svegliato con pessimo umore, ero contrariato, confuso, mi sentivo perso. La notte ti avevo vegliato e forse la mancanza di sonno mi rendeva inquieto. Lentamente ho reagito e la voce di “dentro” mi e’ venuta in soccorso e la quiete arriva la tua lettera. Mi rassicuri con il tuo racconto, m’identifico nelle stesse tue emozioni, sono le mie, corrispondono. Capisco che non ero solo in quei momenti.
E ora che sono tranquillo posso dare respiro al mio cuore e risponderti.
La scorsa notte ho sognato di essere in una scuola di bambini, festosi che mi circondavano e io stavo in mezzo a loro per farli giocare. Io bambino tra loro.
Dammi delle risposte al mio sentire tutto questo. Dal "Niente" al "Tutto". Dimmi perché ho l’arcobaleno dentro di me, mentre ti penso.
Ho esitato a lungo nel leggerti. L’ho fatto per capire se il mio messaggio in cui ti supplicavo, fosse frutto della follia, della perdita della ragione, del tormento e della sofferenza a causa della lontananza. Mi sono imposto lunghe ore di meditazione e sapendo come sono fatto, mi sono giudicato da solo, severamente e ora che sono seduto posso svelarti il mio stato d’animo.
Di notte appari nei sogni. M’interessa capire il messaggio che ci sta dietro a questi sogni. E’ lì per me l’enigma, il rebus, la matassa da sbrogliare. I sogni mi permettono di giorno di ritornare nel nostro laggiù/quaggiù e cercare di dare un senso a questa improbabile avventura.
Che sottile perversione c’è in tutto questa faccenda eppure non ne posso fare a meno.
Credimi mi risulta più difficile per me che per te farlo, per via di un mistero a te ancora non svelato.
Del rebus io conosco e possiedo alcune chiavi, ma non le voglio ancora usare, non è arrivato il momento.
Quale storia siamo?
“La ragione ha tante forme, che non sappiamo a quale appigliarci; l’esperienza non ne ha di meno. La conseguenza che vogliamo trarre dalla somiglianza degli avvenimenti è mal sicura, in quanto essi sono sempre dissimili: non c’è alcuna qualità così universale in queste forme delle cose, come la diversità e la varietà”, sono parole prese in prestito.
Eppure la magia non è svanita del tutto. Così pensava ancora, a distanza di tempo, di mesi, di istanti, di attimi infiniti, superata la soglia di cento pagine scritte. Come quelle in cui scriveva che la vita gli correva dentro:
Io ho forzato la mano per restarti vicino. Mi sono interrogato per capire quali sentimenti prendevano il posto d’altri sentimenti. Ho provato nostalgia per il tempo trascorso insieme, per le cose che ci siamo scambiati; cose consumate come giustamente affermi tu. Tutto questo mi ha coinvolto in una sarabanda d’emozioni, reazioni a volte scomposte come il soprarigo, altre più malinconiche, ma in ogni modo vissute. Forse è tutta una recita farsesca dove interpreto un personaggio che non mi appartiene, non è reale ma fittizio. Non posso che provare vergogna di me stesso in questi frangenti. Succede, quando l’emotività prende il sopravvento sulla razionalità. Combatto con me stesso, tutto si esaspera e si confonde. Uno stato d’animo riconducibile ad una cosa sola però, la sfida alla morte, che mi distoglie dalla realtà e mi porta a lottare contro un drago che sputa fiamme. Può prendere forma in mille modi: l’essere lasciato solo, sentirsi rifiutato, non essere capito. Vivo in funzione di questo.
Sogno una quantità smisurata e ogni sogno racconta vicende che hanno a che fare con la morte. Mi parla, mi sfida, e io la combatto con tutte le armi in mio possesso. Riesco a percepire ogni pericolo, mi ferma in tempo e mi salva. Sempre.
Mi sono chiesto a questo punto della nostra vicenda cosa fare, come comportarsi, come reagire, me lo sono chiesto e te lo chiedo. Rinunciare a te virtuale per trovare un altro te ma reale? Un falso problema per via che anche prima interagivo con te sapendo che eri anche un altro, quindi non mi sono posto il dilemma di cosa rinunciare. Non sapendo però cosa ti succedeva, o meglio capivo il tuo stato d’animo che non poteva restare insensibile, sono caduto nella trappola tesa da me stesso, di recitare un ruolo che non mi appartiene. Questa è la mascherina di Zorro che ho indossato, la Cenerentola interpretata nella versione tragicomica della favola. Sono arrivato ad arrabbiarmi, per via di sentirmi impotente per qualche cosa che non succedeva. Mi sono arrabbiato di più con me stesso perché ero io a dover decidere e non tu per me.
Ci siamo scambiati migliaia di pensieri. Non vedo quindi il motivo di fingere, quando so che dall’altra parte posso dire esattamente cosa provo, come mi sento. Non sono Cenerentola, tanto meno Zorro. Questa volta no, di sicuro no!. Non certo quando scrivo sull’Amore, la Paura e il Coraggio. Ma chi riesce ad amare, combattere la paura, dimostrare il coraggio?. Corro dentro la vita. Corro sempre dentro. Sto correndo anche in questo momento. Spero di farlo con coraggio, con molto amore e senza paura".
Il rebus corre
Corro come facevo felice di corsa verso a chi avevo concesso tutto me stesso. La mia gioia di vivere. E’ ancora lì al quinto binario attendere il treno in discesa veloce con sguardo smarrito, cercava tra fiumi di gente.
Io solo cercava
Ripenso al viaggio e scorro la vista sul treno. Sostava anch’esso per pochi minuti. Nato a Venezia per morire a La Spezia toccava due mari.
E ora forse che non sia su quello, nell’istante lo pensi. Oppure aspetta che arrivi per sentire profumi di levante mescolarsi a quelli di ponente. Vorrei salirci e scappare lontano rapito da carrozze di ferro e d’acciaio.
Tornare nel nero di viscere scure.
Mi squarcio di senso.
La luce abbagliante ritorna imperiosa. Fa caldo nell’assolata Prato, deserta e muta. Mi guarda e capisce, non mento lo sa, ride di me. Mi offre del vino.
Gli parlo di te, di notti rubate al riposo, di voci assonnate, di micce accese nel cuore, di amplessi soffiati. Mi guarda e sorride di chi capisce. Mi parla, ascolta, si alza e va via, ritorna. “Vivila tutta” mi dice. “Gioca, ama, ma sappi di stare sulla giostra dei balocchi”.
Come non credergli. E poi fa parlare la musica. “Ascolta è tango argentino, sensuale, rapisci e fatti rapire, a patto che sia sogno innocente”. Mi quieto e riparto. Firenze al Teatro Comunale. Si parla di Genova, della tua Genova, d’intrighi e delitti. Sul fondo un carruggio di notte, loschi figuri ingabbiati da cappa e mantello s’aggirano. Tramano vendette e colpi di stato.
Palazzo Grimaldi fuori Genova. Alla sinistra il palazzo, di fronte il mare. Spunta l’aurora.
Amelia: Come in quest’ora bruna
Sorridon gli astri e il mare!
Come s’unisce, o luna.
All’onda il tuo chiaror!
Amante amplesso pare
Di due verginei cor!
Ma gli astri e la marina
Che pingono alla mente
Dell’orfana meschina?....
La notte atra, crudel,
. Quando la pia morente
Sciamò: ti guardi il ciel.
O altero ostel, soggiorno
Di stirpe ancor più altera,
Il tetto disadorno
Non obliai per te!....
Solo in tua pompa austera
Amor sorride a me…
S’inalba il ciel, ma l’amoroso canto
Non s’ode ancora!....
Ei mi terge ogni dì, come l’aurora.
La rugiada del fior, del ciglio il pianto.
Dramma del mare di amore e di morte. Io chiudo gli occhi e rivedo le onde, la schiuma di mille cristalli di sale infrangersi sui moli. La nave esce dal porto e io la vedo punto fermo all’orizzonte cadere, al di là del cielo. Linea di confine e d’amore sperato. Sarà lo stesso mare. Io giù verso il sud lui di là in acque straniere. Ripenso al treno, al gioco infantile di toccar con mano il riquadro appeso. Tocco con il dito la Spezia e unisco con mano la mia di città. Quattro centimetri ci separano, quattro infiniti centimetri lunghi come universi infiniti.
Riparto e vedo bianche divise. Rimango stordito, creature in fila spensierate, uscite dal bianco di un tubetto di tempera acrilica, pennellati nel grigio ferroso di Santa Maria Novella. Li guardo. Tornano al mare. Ai giochi d’estate.
Il rebus prosegue