Il tonfo del dizionario della lingua italiana
E’ notte fonda e il rumore dorme. Sono ancora vigile e concentrato nello scrivere, mi viene meglio di notte. Il pensiero si lascia trasportare nelle praterie dell’immaginazione e il foglio di carta virtuale si graffia di nero. Mi manca una parola che proprio non vuole riemergere dall’oblio delle mie sinapsi mentali, forse esauste, vista l’ora: le due e cinquantotto minuti della notte. Si è fatta quasi l’alba. Non mi resta che alzarmi dalla sedia inciampare nel cavo dell’aspirapolvere che giace sul pavimento del salotto da giorni supplicando di essere riavvolto e riposto nello sgabuzzino. Scavalco l’ausilio tecnologico sostitutivo della scopa e mi fiondo nella stanza dove in cima ad uno scaffale conservo un bel dizionario della lingua italiana dalla copertina rossa luccicante. La salvezza a portata di mano. Peccato che sia sull’ultimo ripiano così in alto ma così in alto che per arrivarci ti devi arrampicare e sperare di non restarci sotto tirandoti addosso cinquanta chili di legno di noce e una catasta di libri polverosi. Ci arrivo, lo tocco e riesco ad estrarre dal suo loculo, il “risolvi amnesie - carenze linguistiche". Non immaginate la soddisfazione che provo. Sfoglio impazientemente le pagine e finalmente trovo il termine tanto agognato, quanto indispensabile per la chiusa della mia storia. "Vecchiardo". Volevo scrivere vecchiardo e il dizionario ha fatto il suo dovere. Spengo il computer, ripongo il tomo nel suo loculo, mi lavo i denti con un dentifricio alla menta piperita. Finalmente posso addormentarmi felice e contento. Non l’avessi mai fatto! Tempo dieci minuti sento un tonfo da cardiopalma che mi sveglia in preda a sudori freddi. Dal rumore mi è sembrato uno scoppio di una gomma. Un colpo di fucile. Un tonfo! Mi alzo e accendo la luce. A terra c’è il dizionario a pancia in giù spiaccicato sul pavimento. Aperto a metà. Contuso. Che spavento! Tentenno per riprenderlo e mi accorgo che è aperto a pagina 2162 e 2163 alla voce SIGLE. Scorro il primo capoverso e leggo PET. Tomografia ad emissione di positroni. PET sta anche per polietilentereftalato; poliestere ottenuto per policondensazione di glicol etilenico con acido tereftalico: d’eccellenti proprietà meccaniche e impermeabile all’acqua, è usato per la confezione di bibite. Ci metto 15 minuti a leggere questa definizione marziana e spaventosamente indecifrabile. L’unica cosa che capisco è quella che subito dopo andrò al frigo e getterò nella spazzatura la bottiglia d’aranciata. Ma dico io, sarà mai possibile che alle tre e trenta della notte che fu oramai, io stia seduto per terra in mutande a leggere. Avete presente la bibliomanzia? Una sorta di divinazione consistente nell’aprire a caso, un libro, leggere un passo e trarne indicazioni e consigli circa l’azione futura. Ma qui cosa me ne faccio dopo aver letto PIL Prodotto interno lordo, SAFFA Società anonima fabbriche fiammiferi. Chissà perchè deve essere anonima una fabbrica che fabbrica fiammiferi. Boh? O SISDE Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica, o SISMI che è l’equivalente per quelle militari. Meglio lasciarli stare visto i risultati. Per non parlare di SIAE che è poi la Società Italiana autori e editori. Serve a pagare i diritti d’autore a chi vuole mettere in scena un autore o eseguire una musica. Una gabella bella e buona. In fondo alla pagina c’è UIC l’Unione Italiana Ciechi, come lo diventerò io a furia di leggere le decine di definizioni che iniziano per SIGLE e finiscono per UITS, che è qualcosa che raduna gli appassionati di tiro a segno. Avete idea cosa significa leggere due pagine di dizionario scritto a caratteri minuscoli? Cieco è il minimo. Ma poi perchè sono arrivato a parlare di ciechi? Io questa notte avevo intenzione di scrivere ben altro. Ero rimasto a vecchiardo. Vi ricordate che qualche ora fa avevo bisogno di una parola che significasse vecchio ma in modo più dispregiativo per rendere più antipatico il personaggio della mia storia. E ora mi ritrovo a che fare con i ciechi. Ma io non dovevo dormire? Forse mi sono ammalato d’insonnia. Che divertimento: vecchiardo, cieco e insonne. Un tonfo!

"La salvezza viene dal pensiero e non dalla propaganda".
(Subrata Kamir Mitra. Filosofo indiano)
La notte porta consiglio

(La Notte di Vincent Van Gogh)
La notte è mia compagna. A lei parlo per confidare ancora. Di giorno non trovo pace quanto il buio silenzioso. Recupero le forze sprecate durante la luce del giorno. Secondo giorno di lavoro dopo la pausa defatigante delle vacanze estive. Marine. Non potrei pensare ad una vacanza senza tuffarmi nelle acque salate circondanti un’isola. Non c’è come un lembo di terra emerso per farmi sentire in pace con me stesso. Tutto sembra già un ricordo all’orizzonte, un pallido ricordo sulla via del tramonto. La luce si assottiglia sempre più. Avete notato che i giorni si fanno più corti? Fastidio accendere la luce così presto. Tornare all’occupazione principale di tutti i giorni assomiglia troppo ad un dovere che costringe a rinunciare a quelle piccole concessioni di libertà. Dura poco la sensazione di sentirsi padroni della tua vita. Alzarsi con il rallentatore e non darsi fretta per consumare i riti collettivi di una quotidianità stereotipata. Il proprio corpo risente di questa libertà concessa e troppo presto rimossa. Il ciclo biologico riprende a metabolizzare con incessante sforzo. Provate a chiudere gli occhi per un secondo e ad andare in apnea con il proprio respiro. Lasciatevi immergere in una sensazione di liquido caldo, avvolgente, protettivo. Lo so, è un palliativo, dura un solo istante, ma è un antidoto alla frenetica sollecitazione che qualcuno sopra di noi c’impone. Le facce dei colleghi non sono la stessa cosa di un’alba sorgente dinnanzi al mare. O dove preferite voi. Con tutto il rispetto per quei volti e anime come noi. La sveglia non perdona. Tutto di fretta, le abluzioni, il viso rasato se la tua identità è maschile, ben più complicata se femminile, le indispensabili calorie ingollate in un battibaleno dove il cappuccino e la brioche fanno parte di una costrizione sociale collettiva a cui difficilmente ti puoi sottrarre. Pena la perdita di stima del tuo vicino di scrivania, dei colleghi omologati. Del barista che ti guarderà storto, quando tu provi a chiedere una coppa di yogurt con la frutta fresca e miele, retaggio della vacanza greca che non perdona. Come non perdona la televisione accesa nel vuoto ogni qualvolta ti prende la nostalgia e l’accendi in cerca di compagnia. Il logorante cicaleccio della politica, italica abitudine di cercare la polemica ad ogni costo, ti fa pentire di aver schiacciato il tasto del telecomando.


L'indistruttibilità del Partenone.
Un tempio che nessun terremoto è mai riuscito a scalfire. Nonostante Atene sia terra sismica da sempre. La notizia del giorno è questa: il tempio simbolo per eccellenza della Grecia è ancora al suo posto dopo aver resistito per venticinque secoli da quando fu eretto. Scosse telluriche a centinaia eppure le colonne doriche hanno retto. Ondeggiando, sussultando, oscillando. Niente. La pietra ha sempre vinto sulla forza devastatrice di terremoti violentissimi. Pericle lo volle, Fidia lo costrui. Un enigma! Un mistero a cui la scienza moderna, ancora non ha saputo dare risposte certe. Ora ci penseranno i giapponesi a scoprirlo. Forse. Una cosa è certa: noi moderni abitanti del pianeta, ancora una volta, non abbiamo nulla di cui andare orgogliosi. Se ai tempi di Pericle si riusciva a costruire un edificio in pietra a prova di magnitudo 7/8 della scala Richter, noi abbiamo eretto case di cartapesta da mani criminali per nulla intimoriti del rischio di provocare morti. L'Italia è una di queste. Dove il sisma ha colpito, la mano dell'uomo ha preparato il terreno. Intere zone del Bel Paese sono abitate da edifici, case, ponti, scuole, fatte di argilla in confronto alla pietra greca del Partenone. Lunga vita al Partenone.
