martedì, 30 giugno 2009, ore 15:13

Un giorno senza nebbia e senza sogni

 

nebbia 3

Quel giorno si era svegliata con la nebbia e questo la rendeva infelice. Un evento raro per la sua città, ma proprio per questo difficile da sopportare. La statua era abituata tutte le mattine ad ammirare i passanti che circolavano in Campo San Samuele, in fin dei conti era l'unico suo passatempo da quando avevano deciso di collocarla lì. Avrebbe preferito una piazza più grande, con vista panoramica su qualche vetta alpina, magari di quelle innevate tutto l'anno. Sentiva spesso parlare delle montagne ma non le aveva mai viste. L'aveva commissionata il Doge Manin per abellire e il suo unico viaggio l'aveva portata dalla bottega dell'artista fino al ponte delle Zattere.Oggi la nebbia la faceva sentire ancora più triste. Non riusciva a vedere nemmeno la punta del suo naso e le persone che passavano da quelle parti erano solo delle ombre sfuggenti.Il suo hobby era quello di contare ogni giorno quante persone percorrevano il tragitto da un parte all'altra del Campo. Fino ad oggi erano quattordici milioni, trecento mila settecentoquattro uomini e donne, cinquemilaquattrocentoventiquattro cani, duemila gatti. Una volta era passato anche una scimmia scappata da qualche zoo, ma aveva perso il conto di quanti piccioni si erano posati sulla sua testa, lasciando spesso tracce organiche maleodoranti. Aveva anche sentito dire che la nebbia a Milano era una consuetudine e che nessuno in quella città ci faceva più caso. Si consolò e pensò tra sé e sé: "Meglio rinunciare a chiedere il trasferimento. Ci saranno pure le montagne a Milano, ma poi cosa te ne fai se non le puoi mai vedere. Resto qui a casa mia. Si soffre un po' di reumatismi per l'umidità del mare, ma quando c'è il Carnevale ci si diverte così tanto”. Chiuse gli occhi pensando ad un giorno senza nebbia e senza sogni.

nebbia 3

Robertoerre
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mercoledì, 24 giugno 2009, ore 08:04

 Niente

niente immagine

Niente era stato il motivo che lo aveva convinto a partire. “Niente” si era detto, non sapendo nemmeno lui il perché. Da quel niente si era ritrovato su di un’isola di cui non aveva mai saputo nulla. Aveva trascorso tutta la vita senza chiedersi niente. Abituato a vivere, senza mai chiedersi cosa ci facesse in quel momento, in un posto qualunque, si guardò intorno e si convinse subito di un'idea: anche ora non c’era niente che gli potesse far cambiare idea. Il poliziotto al controllo passaporti gli chiese il motivo che lo aveva portato all’Avana. “Nessun motivo”, rispose come se fosse normale volare da una parte all’altra dell’Oceano Atlantico per un niente. Si ritrovò lungo il Malecon nell’ora del tramonto inondato di luce. Sul molo antistante il mare un giovane uomo bagnava la pietra porosa con l’acqua per poi prendere la rincorsa e far scivolare il suo corpo lucido rivestito di gocce, così trasparenti da brillare di luce dipinta. Una due tre, cento volte di seguito, senza fermarsi mai, abituato a farlo tutti i giorni dell’anno. Osservava quel corpo ricoperto di gocce sempre meno trasparenti, in un tramonto di luce asettica che si lasciava sprofondare nel mare pastoso dell’Avana. “Chissà quanto tempo ci vorrà perché diventi buio?”, ma subito dopo pensò che a lui del tempo non gli importava niente. Tutto scorreva lentamente a ritroso, rivedeva la sua vita scorrere al rallentatore, mentre il buio della sera avanzava inesorabilmente. Un sibilo suadente si diffuse per le strade deserte. Il buio rubava la luce. Rumori di passi sempre più lontani lasciavano il posto a gocce d’acqua salata, il tramonto stava per catapultarsi di là dal vuoto. Era in un posto dove il tempo non importava a nessuno. Forse non esisteva, e lui non voleva pensarci. Era lì in quel momento, ma poteva essere da un’altra parte e non provare niente di diverso, ma subito dopo si ricordò che era lì e non poteva farci niente. Una città dove le strade erano larghe quanto le piste di un aeroporto dove non atterrava mai nessuno. Un posto dove tutto si muoveva lentamente e non aveva mai fine. Il giorno dalla notte, la luce dal buio, il silenzio dal rumore. Come la musica. Tutto era musica all’Avana. Un suono che ti avvolgeva come un respiro affannoso di vivere. Era tutto e niente. Se la volevi possedere lei sfuggiva. Sempre. Era intorno a te. Tutto all’Avana stava intorno a te. Si guardò intorno. C’era solo la luce in un tramonto che sprofondava dietro l’orizzonte. C’era il vuoto, mentre diventava buio. Era così e nessuno poteva farci niente. Non riusciva più a distinguere il cielo dal mare, l'acqua dalla terra, il giovane uomo da sé stesso. Tutto era diventato l’uno e l’altro e non poteva essere altrimenti. Fu allora che scomparve dentro il buio e di lui non si disse più niente.

(immagine tratta da http://www.hidedesign.it/2d/roma/jpg/17.JPG)

Robertoerre
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mercoledì, 17 giugno 2009, ore 20:26

 

Lo sguardo di pietra

 

testa sul canale

 

Da secoli era stata condannata a rivolgere il suo sguardo altrove, senza mai poter girar la testa. Non le era consentito di vedere nessun uomo che camminasse sulla riva destra del Canal Grande.I suoi occhi potevano osservare solo la facciata del palazzo che si ergeva dall'acqua, posto sull'altra sponda, di proprietà di una nobile famiglia della Serenissima. Le era stato impedito di guardare ogni uomo di passaggio sotto l'arcata del ponte di Rialto. Il rischio era quello di restare abbagliati dalle sue grazie. La sua conturbante bellezza avrebbe potuto disorientarli e farli cadere nel canale. Su ordine dei sommi giudici la sua visuale era limitata solo in direzione delle ampie finestre di quel palazzo di marmo. Chi ci viveva, aveva l'ordine di non soffermarsi mai davanti a una delle finestre e di tenere oscurati i vetri con spesse tende di velluto. Lo sguardo avrebbe potuto pietrificare il malcapitato punito dalla sua insana curiosità. La stanza, situata all'angolo, dell'ultimo piano del palazzo, aveva una finestra che dava esattamente sul ponte, in direzione della testa. Nessuno ci viveva per paura di incorrere in quel terribile castigo. Fino a quando un giovane straniero, giunto a Venezia, aveva scelto di dormire in quella stanza. Si erano dimenticati tutti di avvisarlo del divieto di guardare fuori la finestra. Il giovane ragazzo aprì le tende per ammirare il fascino del canale dipinto tante volte. Stentava perfino a crederci. Voleva riempire i suoi occhi di quella bellezza tanto decantata nelle storie romanzate e che aveva ispirato molti scrittori. Aveva perfino deciso di dipingere su tela ciò che avrebbe visto.
Apri le vetrate e il suo sguardo fu subito catturato da quella strana testa di donna posta sul marmo della facciata del ponte. Fece appena in tempo a cogliere un labile sorriso sulle labbra di lei quando il suo corpo diventò pietra. La stanza fu immediatamente chiusa e le chiavi gettate in acqua. Dall'esterno del palazzo, se si alza lo sguardo, dietro il vetro della seconda finestra, appare un'ombra fatta di pietra. Immobile.


Robertoerre
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giovedì, 11 giugno 2009, ore 22:55

TOMBINI O CIOCCOLATINI?
tombini o cioccolatini (vedi in basso)
Robertoerre
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giovedì, 11 giugno 2009, ore 22:19

 

 

AFFITTASI LOCULI PER VOLATILI

POSTI MULTIPLI

MASSIMO CONFORT

l

Robertoerre
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sabato, 06 giugno 2009, ore 16:03

 

Legami

 

 

panchina

 

Il problema è quello di capire se è stato l'albero a voler legare la panchina o è stata lei a farsi legare al tronco per paura di essere spostata di notte.  C'era sempre qualcuno in preda ai fumi dell'alcol che la scambiava  per un letto provvisorio. Siccome era posizionato sul marciapiede vicino al corso trafficato di auto rombanti, la poveretta finiva spesso dentro il parco dove i piccioni la usavano come pollaio. Qualche volta era anche finita nella vasca dei pesci a testa in giù. Legami aveva pensato e legata è finita. Forse l'albero mosso da compassione o la panchina stremata ha forato il legno? A voi l'ardua sentenza.

Robertoerre
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sabato, 06 giugno 2009, ore 15:52

A terra

 

CIMG0167

 

C'era una volta una carriola orgogliosa di trasportare la terra per costruire la casa del suo padrone. Capitò di forare una gomma per colpa di un maledetto chiodo caduto sulla strada e da quel giorno restò lei a terra. Per sempre.  Diventando ruggine sotto la pioggia. Lei che amava stare al coperto dopo le sue sudate otto ore di onesto lavoro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Robertoerre
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