mercoledì, 24 giugno 2009, ore 08:04

 Niente

niente immagine

Niente era stato il motivo che lo aveva convinto a partire. “Niente” si era detto, non sapendo nemmeno lui il perché. Da quel niente si era ritrovato su di un’isola di cui non aveva mai saputo nulla. Aveva trascorso tutta la vita senza chiedersi niente. Abituato a vivere, senza mai chiedersi cosa ci facesse in quel momento, in un posto qualunque, si guardò intorno e si convinse subito di un'idea: anche ora non c’era niente che gli potesse far cambiare idea. Il poliziotto al controllo passaporti gli chiese il motivo che lo aveva portato all’Avana. “Nessun motivo”, rispose come se fosse normale volare da una parte all’altra dell’Oceano Atlantico per un niente. Si ritrovò lungo il Malecon nell’ora del tramonto inondato di luce. Sul molo antistante il mare un giovane uomo bagnava la pietra porosa con l’acqua per poi prendere la rincorsa e far scivolare il suo corpo lucido rivestito di gocce, così trasparenti da brillare di luce dipinta. Una due tre, cento volte di seguito, senza fermarsi mai, abituato a farlo tutti i giorni dell’anno. Osservava quel corpo ricoperto di gocce sempre meno trasparenti, in un tramonto di luce asettica che si lasciava sprofondare nel mare pastoso dell’Avana. “Chissà quanto tempo ci vorrà perché diventi buio?”, ma subito dopo pensò che a lui del tempo non gli importava niente. Tutto scorreva lentamente a ritroso, rivedeva la sua vita scorrere al rallentatore, mentre il buio della sera avanzava inesorabilmente. Un sibilo suadente si diffuse per le strade deserte. Il buio rubava la luce. Rumori di passi sempre più lontani lasciavano il posto a gocce d’acqua salata, il tramonto stava per catapultarsi di là dal vuoto. Era in un posto dove il tempo non importava a nessuno. Forse non esisteva, e lui non voleva pensarci. Era lì in quel momento, ma poteva essere da un’altra parte e non provare niente di diverso, ma subito dopo si ricordò che era lì e non poteva farci niente. Una città dove le strade erano larghe quanto le piste di un aeroporto dove non atterrava mai nessuno. Un posto dove tutto si muoveva lentamente e non aveva mai fine. Il giorno dalla notte, la luce dal buio, il silenzio dal rumore. Come la musica. Tutto era musica all’Avana. Un suono che ti avvolgeva come un respiro affannoso di vivere. Era tutto e niente. Se la volevi possedere lei sfuggiva. Sempre. Era intorno a te. Tutto all’Avana stava intorno a te. Si guardò intorno. C’era solo la luce in un tramonto che sprofondava dietro l’orizzonte. C’era il vuoto, mentre diventava buio. Era così e nessuno poteva farci niente. Non riusciva più a distinguere il cielo dal mare, l'acqua dalla terra, il giovane uomo da sé stesso. Tutto era diventato l’uno e l’altro e non poteva essere altrimenti. Fu allora che scomparve dentro il buio e di lui non si disse più niente.

(immagine tratta da http://www.hidedesign.it/2d/roma/jpg/17.JPG)

Robertoerre
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Commenti
#1    24 Giugno 2009 - 13:09
 
per possedere la musica si deve cercare di afferrarla ma restare fermi e farsi prendere
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#2    24 Giugno 2009 - 15:34
 
Grande Sammy, sempre acuto nei tuoi commenti. L'idea di farsi prendere dalla musica è esattamente ciò che si deve fare a Cuba!
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