domenica, 11 gennaio 2009, ore 01:33

La statua nella nebbia

 

nebbia 3

Quel giorno si era svegliata con la nebbia e ciò la rendeva molto infelice. Un evento raro per la sua città, ma proprio per questo difficile da sopportare. Lei, la statua, era abituata tutte le mattine ad ammirare i passanti che circolavano in campo, in fin dei conti era l'unico suo passatempo da quando avevano deciso di collocarla lì. Lei avrebbe preferito una piazza più grande, con vista panoramica su qualche vetta alpina magari innevata. Sentiva spesso parlare delle montagne, ma non le aveva mai viste purtroppo. Lo scultore che l'aveva fatta era di Venezia e quando gli fu commissionata dal Doge, l'unico viaggio era stato quello dalla bottega dell'artista fino al ponte delle Zattere, e da qui al campo. Oggi poi c'era la nebbia e si sentiva ancor più triste. Non riuscivo a vedere nemmeno la punta del suo naso e le persone che passavano da quelle parti erano solo delle ombre sfuggenti. Il suo hobby era quello di contare ogni giorno quante persone percorrevano il tragitto da un parte all'altra del campo. Fino ad oggi aveva contato quattordici milioni, trecento mila settecentoquattro uomini e donne, cinquemilaquattrocentoventiquattro cani, duemila gatti. Una volta era passato anche una scimmia scappata da qualche zoo, ma aveva perso il conto di quanti piccioni si erano posati sulla sua testa, lasciando spesso tracce organiche maleodoranti. Aveva anche sentito dire che la nebbia a Milano era una consuetudine e che nessuno in quella città ci faceva più caso. Si consolò e pensò tra sé e sé: "Meglio  rinunciare a chiedere il trasferimento. Ci saranno pure le montagne a Milano, ma poi cosa te ne fai se non le puoi mai vedere. Resto qui a casa mia. Si soffre un po' di reumatismi per l'umidità del mare, ma quando c'è il Carnevale ci si diverte così tanto”. E chiuse gli occhi pensando al domani senza nebbia e senza sogni.


Robertoerre
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lunedì, 17 novembre 2008, ore 10:58

 negozio_di_ceramiche

Fantasie napoletane


Frasario reale scritto

Garantita la veridicità delle frasi lette nella città di Napoli.


Dal panettiere: Quando vi diventa duro ve lo grattugiamo gratis, ma metà ce lo tratteniamo.

Vendite immobiliari (in una palazzina in vendita con officina artigianale sul retro): Si vende solo il davanti, il didietro serve a mio marito”.

1 mobiliere: “Si vendono letti a castello per bambini di legno”

2 mobiliere: “Si vendono mobili del Settecento nuovi”

1 macelleria: “Da Rosalia. Tacchini e polli, a richiesta si aprono le cosce”

2 macelleria: “Carne bovina, ovina, caprina, suina, pollina, coniglina

1 polleria: “Polli arrosto anche vivi”

2 polleria: “Si ammazzano galline in faccia”

3 polleria:”Si vendono uova fresche per bambini da succhiare”

sfasciacarrozze: “Qui si vendono automobili incidentate ma non rubate”

1 fioraio: “Se mi cercate sono al cimitero...vivo”

2 fioraio: “Si inviano fiori in tutto il mondo, anche via fax”

1 negozio di abbigliamento: “Nuovi arrivi di mutande, se le provate non le togliete più”

2 negozio di abbigliamento: “Non andate altrove a farvi rubare, provate da noi”

3 negozio di abbigliamento:”In questo negozio di quello che c'è non manca niente”

abbigliamento per bambini:”Si vendono impermeabili per bambini di gomma”

1 autofficina:”Venite una volta da noi e non andrete mai più da nessuna parte”

2 autofficina:”Si riparano biciclette anche rotte”

negozio di ferramenta:”Sega a due mani e a denti stretti:50 euro”

lavanderia:”Qui si smacchiano antilopi”

sul citofono di una caserma Carabinieri:”Attenzione per suonare premere, se non risponde nessuno ripremere”

negozio di mangimi:” Tutto per il vostro uccello”

Robertoerre
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mercoledì, 29 ottobre 2008, ore 15:30

 

 

 

il treno dei poeti

 

 

IL TRENO DEI POETI

salotto letterario itinerante in treno

 

Programma

Gli incontri poetici:

 

5 Dicembre alle ore 17

presso la Libreria Feltrinelli – Palazzo Le Barche

Mestre (Venezia)

 

6 Dicembre alle ore 17

presso la Libreria Feltrinelli – Via Manzoni

Milano

 

7 Dicembre alle ore 17

 Incontro poetico con l'Associazione culturale

La Nuova Musa

Aprilia (Latina)

 

Progetto culturale a cura di Caterina Massaiu (Ariele 57) e Giuseppina Billone (Veronica)

in collaborazione con l'Associazione Onlus Scuola Poetica di Struttura Nuova

 

L'idea strana ma affascinante di radunare sui treni dal Sud al Nord Italia, poeti esordienti provenienti da tutte le regioni per un viaggio che durerà 4 giorni, partito dalla Sicilia (il 22 novembre) e risalito sino al Nord – Italia e ritorno, con le tappe a Venezia - Mestre, Milano e Roma. Città da sempre luoghi di cultura letteraria, al centro di interesse internazionale, dove si effettueranno delle soste per incontrarsi nei circoli culturali e con le case editrici di prestigio, al fine di conoscere le proprie opere letterarie e divulgare la poesia come strumento di comunicazione verbale, capace di accomunare anime, esplicitando sentimenti che spesso non si manifestano nella vita normale e nel corrente linguaggio di tutti i giorni. Lo scopo è quello di ridare vigore a quest'arte. Il viaggio si articolerà in due fasi: la prima si svolgerà a bordo dei treni, la seconda avrà luogo nelle città prescelte dove verranno effettuate le soste che dureranno un'intera giornata. La finalità del Treno dei Poeti nasce dal desiderio di portare la poesia in giro per l'Italia, in modo originale, al fine di far apprezzare questa nobile arte a tutti coloro che vorranno ascoltarla e appassionarsi ad essa. Un momenti di aggregazione per condividere un patrimonio di sentimenti, di cui tanto si sente il bisogno in una vita che troppo di corsa, senza lasciare mai la possibilità per cibare l'anima.

 

Poeti partecipanti    

Giuseppina Billone(veronica)PA

Caterina Massaiu (ariele57) VE

Manuela Verbasi (Anake)VE

Marco Nicolosi (Marko) CT

Giuliano Lucchesi (Luky luky) TV

Maria Martorano (Poetessa) TO

Luigi Manco (Maluan) VS

Attanasio D'Agostino (poetra) AN

Leandro Vegni (leon) Roma

Dora Forino (dory) MI

Marianna Celardo (crodina) NA

Gaspare Adamo (diaspro) TP

Alessandro Bacelli (beck) SP

Roberto Rinaldi  (Robertoerre) BZ

Stefania Paluzzi (ameo'e) PG

I nick degli autori sono presenti sui portali di poesia online

 www.strutturanuova.it

www.poetichouse.it

www.splinder.com

www.fioridipensiero.it

www.descrivendo.com

www.rossovenexiano.splinder.com

www.manualedimari.splinder.com

www.blogdegliautori.it

 

Robertoerre
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giovedì, 23 ottobre 2008, ore 20:15

 

 

Batouge

 

PARIGI CHE FU UN TEMPO

Era stata una giornata turistica che più turistica non si può. Bateau mouche per vedere Parigi dalla Senna, anche di notte dove la città  cambia volto. Un giro al Museo Carnevalet (è nel vecchio ghetto, il Marais, ora diventato anche il quartiere alla moda dei gay), nel palazzo di Madame de Sevignè. Sai quelle dame "savantes" del '600 che proteggevano poeti e filosofi. Ha un bel giardino, dentro al suo hotel particulier, vicino a Place des Vosges, che odora di mortella. Dentro quadri della storia di Francia. Gambetta che fugge in pallone aereostatico oltre l'assedio prussiano; la statua della libertà che i francesi regalarono agli americani e che spunta con la testa incoronata e la fiaccola dai tetti delle fornaci parigine. Grandi immagini di Parigi di una volta. Il Marais ha il suo fascino: vecchia palude verso la Senna bonificata da Enrico IV. Qualche vecchio mulino e palazzi (anche quella della povera regina Margot di Dumas) secenteschi. Fa fresco ma il sole, quando arriva, scalda nelle ore meridiane. Passando per Pitchi Poi in rue Caron al 7, ho ricordato che qui, durante i rastrellamenti dell'olocausto, gli ebrei dei territori di residenza della Polonia, Rutenia, Volinia e Livonia, non sapevano di recarsi al massacro e quando si domandavano tra di loro "dove andiamo?" si rispondevano "a Pitchi Poi" che non vuol dire niente, un luogo laggiù/quaggiù, una specie di boh! Nelle brasserie, si mangiano cose dell'est d'una volta: varietà infinite di caviale ed uova di pesce, alcune rosse altre gialle e grandi come perle. Aringhe affumicate arrangiate in ogni salsa possibile, insalate di cetrioli con lo yogurt, il tutto accompagnato da vodke forti e cristalline. Gusti apparentemente scipiti ma densi del profumo acre e persistente delle affumicature e delle uova di pesce di fiume. Parigi è anche questa, lo spiegherò meglio un'altra volta.....

Robertoerre
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venerdì, 03 ottobre 2008, ore 17:47

 

 

Il cielo dall'altra parte del mondo 

 

Il cielo di Parigi

 

C'è tutto il mondo dall'altra parte. Basta saperlo vederlo sotto il cielo. Guardando fuori dalla sua finestra di fronte, pensava che il suo orizzonte non poteva finire al di là del tetto grigio spiovente con gli abbaini in fila, dove la sera quando s'accendeva la luce l’umanità che ci viveva dentro come formiche nel loro nido, ammassati in una stanza fatiscente. In quello a fianco del camino, alla destra di chi guarda dall’altra parte della strada, vivono suppergiù dieci uomini. Insieme ad un frigo gigantesco. Sempre aperto da dove usciva una luce fluoriscente, quasi sinistra. Di notte lì dentro succedeva di tutto. Meno male che c'era il cielo a distrarti la vista, altrimenti se ti fissavi, rischiavi di immergerti dentro quel foro nel tetto e farti invischiare in qualcosa di torbido. Il cielo sembrava muoversi verso di te per colpa del vento. E delle nuvole: non stavano mai ferme dentro quel cielo accelerato, smanioso e irrequieto. Dalla strada saliva un rumore più simile ad un brusio di cicale in amore. Di giorno come di notte. Un via vai che cresceva a dismisura, ma tutto sommato tollerabile. Caso mai dentro quell’abbaino c’era  qualcosa di ingannevole. Non si poteva restare indifferenti. Perché? Il frigo gigantesco veniva  aperto e richiuso ad intervalli regolari. Tutta la notte. Dall’altra parte della strada era difficile riuscire a focalizzare di più la vista su un elettrodomestico così  inquietante, dall’uso inconsueto, e un pò bizzarro. E poi c’era  quella luce violacea proveniente dal  frigo che da qui a poco sarebbe esplosa... e allora tutti avrebbero capito.

Robertoerre
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martedì, 29 luglio 2008, ore 11:27

UN REBUS CHE DURA DA SEMPRE
 
“Ho l’impressione che più si va oltre e più trovo materiale interessante per svelare lati ancora oscuri del rebus. Mi verrebbe da pensare che ci sia in corso una campagna di scavi archeologici dentro i nostri corpi e nella nostra anima”.  
Il pensiero si era materializzato dopo lunghi estenuanti momenti, trascorsi ad attendere sue notizie; in effetti, di lui sapeva troppo poco. Un misterioso interlocutore conosciuto di notte navigando in internet. “Un fatale inciampo” aveva scritto.
Erano entrati in rotta di collisione in uno spazio virtuale, in cui scambiare emozioni vere o false, non importava molto. Un posto riservato all’immaginario collettivo capaci di sfidare ogni qualsiasi regola sociale perfino le leggi della fisica, pronti a tutto e loro due erano ben determinati a farlo.
Troppe emozioni e sentimenti scambiati e vissuti sul serio, tramite quella pallida immagine, troppo perfetta perché fosse vera eppure esisteva.
L’immagine di per sé aveva un misterioso fascino, ma c’era qualcosa d’insolito, di stravagante, di volutamente ironico, per ingannare chi si era già perso anche troppo in un’infatuazione. .
Un incontro casuale?
Forse.
Nessuno dei due era sicuro di giurarci.
In questa storia di casuale non è che ci fosse molto a dire il vero.
“Vedo in questo tentativo condiviso a pieno, la necessità di sondare terreni ancora inesplorati del nostro vivere passato, presente e forse anche futuro. Chi meglio di noi è in grado di poterlo fare? In fin dei conti il nostro viaggio avventuroso è iniziato proprio con uno scambio di notizie fittizie, ma capaci di scatenare reazioni, pulsioni, emozioni che alla lunga si sono rivelate vere, solide, tuttora in corso. Insomma da una rappresentazione artificiosa, forse anche surreale, siamo arrivati ad un riconoscimento reale, razionale, eppure la magia, secondo me, non è svanita del tutto”.
Cosi pensava.
Dalla fatidica notte in cui si erano “inciampati” il rebus continuava anzi, progrediva inesorabilmente.
 Le chiavi del  rebus
Sono nei tuoi pensieri, nel tuo cuore e condivido quello che senti. Ti ho letto questa notte a voce alta, per non perdere il suono delle tue parole, una per una, con il cuore che sobbalzava. Mi sono svegliato con pessimo umore, ero contrariato, confuso, mi sentivo perso. La notte ti avevo vegliato e forse la mancanza di sonno mi rendeva inquieto. Lentamente ho reagito e la voce di “dentro” mi e’ venuta in soccorso e la quiete  arriva la tua lettera. Mi rassicuri con il tuo racconto, m’identifico nelle stesse tue emozioni, sono le mie, corrispondono. Capisco che non ero solo in quei momenti.
E ora che sono tranquillo posso dare respiro al mio cuore e risponderti.
La scorsa notte ho sognato di essere in una scuola di bambini, festosi che mi circondavano e io stavo in mezzo a loro per farli giocare. Io bambino tra loro.
Dammi delle risposte al mio sentire tutto questo. Dal "Niente" al "Tutto". Dimmi perché ho l’arcobaleno dentro di me, mentre ti penso.
Ho esitato a lungo nel leggerti. L’ho fatto per capire se il mio messaggio in cui ti supplicavo, fosse frutto della follia, della perdita della ragione, del tormento e della sofferenza a causa della lontananza. Mi sono imposto lunghe ore di meditazione e sapendo come sono fatto, mi sono giudicato da solo, severamente e ora che sono seduto posso svelarti il mio stato d’animo.
Di notte appari nei sogni. M’interessa capire il messaggio che ci sta dietro a questi sogni. E’ lì per me l’enigma, il rebus, la matassa da sbrogliare. I sogni mi permettono di giorno di ritornare nel nostro laggiù/quaggiù e cercare di dare un senso a questa improbabile avventura.
Che sottile perversione c’è in tutto questa faccenda eppure non ne posso fare a meno.
Credimi mi risulta più difficile per me che per te farlo, per via di un mistero a te ancora non svelato.
Del rebus io conosco e possiedo alcune chiavi, ma non le voglio ancora usare, non è arrivato il momento.
Quale storia siamo?
“La ragione ha tante forme, che non sappiamo a quale appigliarci; l’esperienza non ne ha di meno. La conseguenza che vogliamo trarre dalla somiglianza degli avvenimenti è mal sicura, in quanto essi sono sempre dissimili: non c’è alcuna qualità così universale in queste forme delle cose, come la diversità e la varietà”, sono parole prese in prestito.
Eppure la magia non è svanita del tutto. Così pensava ancora, a distanza di tempo, di mesi, di istanti, di attimi infiniti, superata la soglia di cento pagine scritte. Come quelle in cui scriveva che la vita gli correva dentro:
Io ho forzato la mano per restarti vicino. Mi sono interrogato per capire quali sentimenti prendevano il posto d’altri sentimenti. Ho provato nostalgia per il tempo trascorso insieme, per le cose che ci siamo scambiati; cose consumate come giustamente affermi tu. Tutto questo mi ha coinvolto in una sarabanda d’emozioni, reazioni a volte scomposte come il soprarigo, altre più malinconiche, ma in ogni modo vissute. Forse è tutta una recita farsesca dove interpreto un personaggio che non mi appartiene, non è reale ma fittizio. Non posso che provare vergogna di me stesso in questi frangenti. Succede, quando l’emotività prende il sopravvento sulla razionalità. Combatto con me stesso, tutto si esaspera e si confonde. Uno stato d’animo riconducibile ad una cosa sola però, la sfida alla morte, che mi distoglie dalla realtà e mi porta a lottare contro un drago che sputa fiamme. Può prendere forma in mille modi: l’essere lasciato solo, sentirsi rifiutato, non essere capito. Vivo in funzione di questo.
Sogno una quantità smisurata e ogni sogno racconta vicende che hanno a che fare con la morte. Mi parla, mi sfida, e io la combatto con tutte le armi in mio possesso. Riesco a percepire ogni pericolo, mi ferma in tempo e mi salva. Sempre.
 Mi sono chiesto a questo punto della nostra vicenda cosa fare, come comportarsi, come reagire, me lo sono chiesto e te lo chiedo. Rinunciare a te virtuale per trovare un altro te ma reale? Un falso problema per via che anche prima interagivo con te sapendo che eri anche un altro, quindi non mi sono posto il dilemma di cosa rinunciare. Non sapendo però cosa ti succedeva, o meglio capivo il tuo stato d’animo che non poteva restare insensibile, sono caduto nella trappola tesa da me stesso, di recitare un ruolo che non mi appartiene. Questa è la mascherina di Zorro che ho indossato, la Cenerentola interpretata nella versione tragicomica della favola. Sono arrivato ad arrabbiarmi, per via di sentirmi impotente per qualche cosa che non succedeva. Mi sono arrabbiato di più con me stesso perché ero io a dover decidere e non tu per me.
Ci siamo scambiati migliaia di pensieri. Non vedo quindi il motivo di fingere, quando so che dall’altra parte posso dire esattamente cosa provo, come mi sento. Non sono Cenerentola, tanto meno Zorro. Questa volta no, di sicuro no!. Non certo quando scrivo sull’Amore, la Paura e il Coraggio. Ma chi riesce ad amare, combattere la paura, dimostrare il coraggio?. Corro dentro la vita. Corro sempre dentro. Sto correndo anche in questo momento. Spero di farlo con coraggio, con molto amore e senza paura".
Il rebus corre
Corro come facevo felice di corsa verso a chi avevo concesso tutto me stesso. La mia gioia di vivere. E’ ancora lì al quinto binario attendere il treno in discesa veloce con sguardo smarrito, cercava tra fiumi di gente.
Io solo cercava
Ripenso al viaggio e scorro la vista sul treno. Sostava anch’esso per pochi minuti. Nato a Venezia per morire a La Spezia toccava due mari.
 E ora forse che non sia su quello, nell’istante lo pensi. Oppure aspetta che arrivi per sentire profumi di levante mescolarsi a quelli di ponente. Vorrei salirci e scappare lontano rapito da carrozze di ferro e d’acciaio.
Tornare nel nero di viscere scure.
Mi squarcio di senso.
La luce abbagliante ritorna imperiosa. Fa caldo nell’assolata Prato, deserta e muta. Mi guarda e capisce, non mento lo sa, ride di me. Mi offre del vino.
Gli parlo di te, di notti rubate al riposo, di voci assonnate, di micce accese nel cuore, di amplessi soffiati. Mi guarda e sorride di chi capisce. Mi parla, ascolta, si alza e va via, ritorna. “Vivila tutta” mi dice. “Gioca, ama, ma sappi di stare sulla giostra dei balocchi”.
Come non credergli. E poi fa parlare la musica. “Ascolta è tango argentino, sensuale, rapisci e fatti rapire, a patto che sia sogno innocente”. Mi quieto e riparto. Firenze al Teatro Comunale. Si parla di Genova, della tua Genova, d’intrighi e delitti. Sul fondo un carruggio di notte, loschi figuri ingabbiati da cappa e mantello s’aggirano. Tramano vendette e colpi di stato.
Palazzo Grimaldi fuori Genova. Alla sinistra il palazzo, di fronte il mare. Spunta l’aurora.
Amelia: Come in quest’ora bruna
            Sorridon gli astri e il mare!
            Come s’unisce, o luna.
               All’onda il tuo chiaror!
            Amante amplesso pare
   Di due verginei cor!
   Ma gli astri e la marina
   Che pingono alla mente
   Dell’orfana meschina?....
   La notte atra, crudel,
. Quando la pia morente
   Sciamò: ti guardi il ciel.
   O altero ostel, soggiorno
   Di stirpe ancor più altera,
   Il tetto disadorno
   Non obliai per te!....
   Solo in tua pompa austera
   Amor sorride a me…
   S’inalba il ciel, ma l’amoroso canto
   Non s’ode ancora!....
   Ei mi terge ogni dì, come l’aurora.
   La rugiada del fior, del ciglio il pianto.
Dramma del mare di amore e di morte. Io chiudo gli occhi e rivedo le onde, la schiuma di mille cristalli di sale infrangersi sui moli. La nave esce dal porto e io la vedo punto fermo all’orizzonte cadere, al di là del cielo. Linea di confine e d’amore sperato. Sarà lo stesso mare. Io giù verso il sud lui di là in acque straniere. Ripenso al treno, al gioco infantile di toccar con mano il riquadro appeso. Tocco con il dito la Spezia e unisco con mano la mia di città. Quattro centimetri ci separano, quattro infiniti centimetri lunghi come universi infiniti.
Riparto e vedo bianche divise. Rimango stordito, creature in fila spensierate, uscite dal bianco di un tubetto di tempera acrilica, pennellati nel grigio ferroso di Santa Maria Novella. Li guardo. Tornano al mare. Ai giochi d’estate.
Il rebus prosegue 

 

 

©Robertoerre

 

 


Robertoerre
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sabato, 26 luglio 2008, ore 10:29

47 attimi prima della fine
 
Ti scrivo a notte fonda, la mia insonnia colpisce ancora, anche se io vivo volentieri la notte, magica, silenziosa, conturbante; tutto tace, ma il silenzio diventa una musica soave che mi accompagna.
Sai dall’“inciampo” della prima notte insonne vissuta misteriosamente incollato al mio computer, mi riaffiorano spesso ricordi legati alla mia vita, dove sono diventato un uomo in questa città. Saperti qui ora mi riscalda il cuore di nostalgia per i tempi passati per com’ero felice di sentirmi al mondo, ancora giovane, entusiasta e spavaldo.
Vorrei dirti tanto di me, farmi conoscere e spiegarti di più. Scrivo ancora di notte, come quella prima notte, ti scrivo da una stanza di motel, ma in realtà è più un antro in equilibrio precario in cui cerco rifugio. Mi sento vicino a te. Ma tu lo non lo sai. Non ancora. Che strano saperti di fronte a questa stanza disadorna e anonima. Ma tu lo non devi sapere. Mi basta sentire la tua presenza di là dalla strada e forse in questo momento ti affacci alla finestra.
 Non oso aprire le tende logore e consunte che celano il mondo fuori di qui da questo motel, da questo mondo. La sveglia segna l’una di notte e qualcuno sta passando in corridoio. Ride sguaiato. Chissà perché? Ma poi a me non interessa. In fin dei conti cosa m’importa degli altri se io sono qui per te. Chiuso dentro ad un motel, il più insignificante del mondo. Si viene per farci del sesso. O per disperazione. O forse perchè non sanno dove andare. Troppi O e troppi perchè. Ma io cosa conosco di te? Cosa sappiamo l’uno dell’altro, un frammento di voce al telefono, un’immagine scambiata e fugace, poco, per la verità, eppure ci sei Lo sento.
 C’è un filo invisibile che mi lega a te, un filo resistente. L’unico filo che mi ha costretto ad arrivare di fronte a dove vivi. Ripenso alla canzone che mi hai fatto conoscere.
“Laggiù, dove l’aria è libera/saremo ciò che vogliamo essere. /Ora, se ci fermiamo, /troveremo la nostra terra promessa”. Sono parole per dirti che il nostro laggiù/quaggiù esiste. Non esco da qui preferisco aspettare. Sai la notte scorsa ho sognato di viaggiare dove il paesaggio scorre veloce, lo vedo riflesso nel vetro. Orridi verdeggianti misti a gallerie nere caliginose, anfratti, rupi, declini boschivi. Un viaggio a ritroso.
Fa caldo in questa stanza. Che triste sensazione sentire l’afa della notte e non poter uscire. Non voglio rischiare di vederti. Il motel mi protegge come un fedele amico. Colui che sa e mi comprende. Sa del mio segreto e non lo svela.
Un motel come cassaforte dei miei segreti. La chiave della stanza è la numero 47, come gli anni della mia vita. 47 attimi prima di terminare questa lettera. 47 secondi prima di spegnere la luce della stanza e abbandonare per sempre la vita......
Motel
Robertoerre
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sabato, 14 giugno 2008, ore 17:03

INTERVISTA ALBERTO ZEDDA
Direttore artistico ROSSINI OPERA FESTIVAL di PESARO
 
Pochi possono vantare un’attività rossiniana come Alberto Zedda, musicologo, direttore musicale, capace di infondere alla musica di Rossini, l’esatta cifra stilistica dotandola della giusta vitalità che gli appartiene. Oltre che direttore d’orchestra, il primo a dirigere la Sinfonia n. 1 di Bruckner per la prima volta in Italia, e i “Toten Lieder” di Mahler, quando nessuno conosceva questo compositore, Zedda è anche scrittore e dagli anni ’70 è l’autore dell’edizione critica di tutte le partiture più celebri del compositore di Pesaro, revisione che ha contribuito alla pubblicazione di tutta l’edizione critica dell’opera omnia di Gioacchino Rossini, considerato allora la personalità, insieme a Manzoni, quella che aveva più di altri contribuito all’unificazione culturale della nazione nascente. Anche la personalità di Zedda è straordinaria e pratica un mestiere che svolge con profonda passione ed entusiasmo, ricollegando l’attività di direttore a quella d’insegnante capace di trasmettere la sua conoscenza ai giovani che intraprendono la carriera di musicista o cantante, svolgendo attività didattica all’Accademia di Pesaro dove è anche direttore artistico del Rossini Opera Festival, dove da alcuni anni partecipa l’Orchestra Haydn. Nel 1957 ha vinto il Concorso internazionale della Rai che gli consente di dirigere poi l’orchestra della Scala, il Maggio Musicale Fiorentino, è stato direttore del repertorio italiano alla Deutsche Oper di Berlino e alla New York City Opera, direttore artistico della Scala, docente di Storia della Musica ad Urbino e Filologia Applicata ad Osimo. E’ stato nominato presidente onorario della Deutsche Rossini Gesellschaft di Stoccarda. In questi giorni di prove con l’Orchestra regionale Haydn, sta leggendo il nuovo libro del neurologo Oliver Sacks “Musicofilia. Racconti sulla Musica e il Cervello”, e nei periodi di pausa raggiunge la sua casa in Trentino.
Perchè è così legato alle montagne del Trentino?
“Possiedo una casa a Bellamonte, la prima che ho acquistato nella mia vita 40 anni fa. Un luogo dove ho potuto scrivere le edizioni critiche di Rossini. Mi rifugiavo a studiare e se ho potuto fare bene tanti lavori, il merito va a questo posto, bello e solitario. Ricordo quando i caprioli arrivavano davanti alle mie finestre. Un luogo scelto per caso quando insieme a mio fratello Sergio alpinista, facevamo le arrampicate sulle Dolomiti, le ferrate sulla Marmolada. Da ragazzo venivo in Alto Adige per le vacanze in campeggio a Carezza”
Nel programma che lei ha scritto per lo Stabat Mater, parla del tema religioso e del difficile confronto con l’inconoscibile, che spinge il compositore a ricercare una sincerità di linguaggio che porta alla commozione, all’espressione di sentimenti non scontati.
 “Da un secolo a questa parte c’è un protagonismo dedicato all’inconoscibile, un’intuizione nata da Schopenhauer, dalla psicoanalisi, da Jung e Freud che non è un filosofo, ma ha seguito l’intuizione di Schopenhauer. Un tema che ha turbato molti personaggi dopo il secolo dei lumi, specie i credenti, e se anche non volevano più credere, poteva essere lo stesso, Kant aveva dato un ordine morale che poteva sostituire la fede, venendo a crearsi un contraltare con il credo religioso. Quello che ha sovvertito il concetto dell’uomo buono, l’Es e non dell’Ego. Il secolo dei lumi non partiva dall’inconoscibile, ma dalla nascita dell’uomo, del bambino che è una tavola rasa. Questi studiosi ci fanno capire che non è così. La storia di ognuno di noi parte prima della nascita. Oggi si studia la neurofisiologia, la produzione di cose che ci appartengono e sono già scritte prima di nascere, come la lettura del DNA, un ordine che viene da lontano”.
Qual è il rapporto allora con il linguaggio musicale?
“Qual è il linguaggio più appropriato alla nascita? Non è la parola ma i suoni come quando erano emessi dai nostri antenati: il dolore aveva un’espressione sonora, come l’ira, l’erotismo, non erano né solo parole, né solo suoni. Quello che si avvicina di più a questo, è il linguaggio della musica e l’indeterminatezza che però nel musicista lo faceva sentire inferiore al poeta. Il suo sforzo è quello di fare di più con la musica. I quartetti e le ultime sonate di Beethoven si allontanano dalla realtà e diventa una musica più visionaria, cerca di far dire dei concetti più metafisici. Una musica che ti fa intuire un mondo che non è più nostro. Alla fine della propria vita il compositore conquista questa capacità. Bach nell’arte della fuga esprime metafisicità e ritorna a forme musicali arcaiche, Verdi scriverà la sua fuga solo alla fine della vita, uno stile disumano com’è la fuga. Wagner, Mozart faranno lo stesso, quello di lasciare il campo emozionale e descrivere un mondo che è diverso dal nostro. Al dì fuori, un al di là, religioso, mistico. Al di là del nostro confine di esistenza. Un Es oggi presente immediato sempre più impreparato. All’Es viene addebitata la follia. Oggi la neurochirurgia esplora il lobo anteriore del nostro cervello per capire questo. Il musicista si trova ora ad usare un linguaggio che aiuta a spiegare il mondo dell’Es, mentre prima maneggiava una materia non concettuale. Indagano quel mondo che non era il loro”.
Lei che è tra i maggiori conoscitori di Rossini, come lo definisce questo compositore?
“E’ uno dei personaggi più moderni che ha scritto un teatro non della realtà, dove ci sono personaggi che non sono di questo mondo. Il pubblico dell’epoca ha smesso ad un certo punto di amarlo. Si fermava al primo livello, quello del teatro allegro, leggero. Ma la comicità delle sue opere è paradossale e quindi non capivano che era anche ironico. Così ha fatto anche Mozart con il Così fan Tutte, Rossini è sullo stesso piano, scrive un teatro musicale come quello greco, non giudica, presenta i personaggi che non hanno caratteristiche reali. E’ un uomo nella misura che sono umani gli dei dell’Olimpo. Tratta vicende umane come quelle degli dei. Ci sono i sentimenti, ma non gli fa agire come facciamo noi, non gli giudica. E’ moderno e quindi non piaceva ai romantici”.
Che caratteristiche ha lo Stabat Mater che dirigerà?
“Quando scrive questa musica avviene l’abbandono, la cantabilità. Parte da Mozart, dall’osservazione del comico per distrarsi e giunge al distacco. Nello Stabat c’è l’implorazione, il desiderio di pace, la mediazione del religioso che lo affranca dall’essere banale. Sente la grandezza del distacco, ma allo stesso tempo si coinvolge. Non è musica religiosa, ma è una realtà profana, carica d’umanità, di terrena passionalità. Considera lo Stabat Mater di Pergolesi il modello insuperabile dove raggiunge un perfetto equilibrio formale ed espressivo fra i brani della meditazione costernata e dolente e quelli riservati ad un commento trasfigurato, pervasi da una gioiosa leggerezza, Una commistione giudicata riprovevole dai difensori della fede integralisti. La stessa che aveva spinto il Concilio di Trento a limitare drasticamente la presenza della musica nelle chiese. Una condanna conciliare che ha creato disuguaglianze tra musicisti protestanti e quelli cattolici. Le bolle trentine privarono al popolo della prima fonte di educazione musicale”.
Lei conosce bene anche Samir Pirgu e Nicola Ulivieri, due cantanti nati professionalmente a Bolzano. Che opinione ha di loro?
“Pirgu in Bolzano ha trovato la sua vera patria che gli ha permesso di studiare, e secondo lui, lo ha saggiamente guidato a fare i passi giusti. A queste raccomandazioni ho aggiunto le mie, anche se non so se terrà fede alle promesse fatte. Certi impegni, secondo me, sono ancora prematuri, Samir è straordinariamente giovane per essere tenore e certi ruoli che lui può accettare sono fortune, che secondo me, non sono sempre delle fortune. Con me a Pesaro canterà nell’opera Ermione. Mentre Nicola Ulivieri, che è un basso, e non un tenore, e questo è un vantaggio, ha saputo gestire molto bene la sua carriera e la sua voce. Conosco bene anche un’altra bolzanina. Sabina Willeit, una mia allieva dell’Accademia Rossiniana a Pesaro, l’ho già diretta ed è molto brava e canta insieme a Sabina von Walther nello Stabat Mater”.     
Robertoerre
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mercoledì, 04 giugno 2008, ore 16:27

BORIS GODUNOV

 

LA FURA DELS BAUS

 

REGIA DI ALEX OLLE’ e DAVID PLANA

 

E’ in corso la rappresentazione di uno spettacolo teatrale, quando nella sala irrompono i terroristi armati di kalashnikov e minano la platea. E’ l’inizio di Boris Godunov , il nuovo allestimento della Fura dels Baus che rievoca e re-interpreta la follia e il dramma che nella tragica realtà si consumò a Mosca nell’ottobre 2002, quando un gruppo di terroristi ceceni assaltò il teatro Dubrovka in cui novecento spettatori assistevano al musical Nord – Ost. Il lieto fine si commutò in un tragico epilogo: centossettanta persone furono uccise di cui novanta dal gas utilizzato dalle forze speciali russe per liberare gli ostaggi. Tra le vittime anche quarantadue terroristi. La Fura dels Baus riporta in scena con una carica drammaturgica e visiva, ben congeniata, com’è suo solito, mutuando il titolo originale dello spettacolo rappresentato nel teatro russo, con il Boris Godunov, dramma teatrale di Aleksàndr Sergeevič Puškin scritto nel 1825 da cui Modest Musorgskij, pietra miliare della scuola russa ottocentesca, che tanto influenzerà la musica europea del Novecento. Boris è lo Zar di tutte le Russe, asceso al trono dopo l’uccisione, avvenuta in circostanze misteriose, dell’erede legittimo al trono, Dmitrij, spodestando, di fatto, il successore legittimo, il figlio Fëdor II considerato mentalmente inabile per regnare. Boris si rivela un dittatore capace di far precipitare la Russia nel caos e nella povertà. Un giovane monaco si farà passare per il falso Dmitrij e riuscirà ad organizzare l’invasione della Russia da parte di truppe polacche, dopo aver sposato una nobile di quel paese e convinto il re a legittimare il suo matrimonio. Lo zar assillato dai sensi di colpa e in preda ad allucinazioni precipita nella follia e muore. La regia di Alex Ollé e David Plana che firma anche il testo, partono dalla rappresentazione storica di questo dramma e lo catapultano nella realtà odierna creando una sorte di rappresentazione su più livelli, virando la finzione scenica in un’estemporaneità di azioni che si susseguono senza tregua. La raffica di mitra irrompe in platea invasa da decine di terroristi, mentre nel pubblico si mescolano comparse che interpretano i ruoli di spettatori presi in ostaggio. Tutto è così verosimile che le emozioni provate dal pubblico si mescolano tra suggestione provata per la straordinaria prova corale della compagnia e il rimando alla tragica fine subita dal pubblico russo. La fisicità degli attori è sorprendente e fa da specchio con le immagini riprodotte da un circuito di videocamere in tutto il teatro e un assemblaggio d’azioni visive pre- registrate, sempre nel teatro in cui in quel momento va in scena lo spettacolo. La Fura dels Baus proietta nelle coscienze dello spettatore la ferocia del Potere, un tema ricorrente nella lunga carriera di questo gruppo di Barcellona. “Chi detiene il Potere?” – si domandano gli autori dello spettacolo – “Chi detiene le armi”, è la risposta. Ma i ruoli si possono ribaltare in ogni momento. Nessuno è migliore dell’altro asceso al potere. La critica è feroce e si rivolge anche ai politici russi riuniti per decidere le sorti degli ostaggi. La resa scenica del loro cinismo è esemplare allorché sullo schermo che si compone e si scompone come delle quinte, gli attori recitano le riunioni del comitato. Se i politici n’escono male, non sono da meno i media russi, colpevoli di manipolare e distorcere a fini di audience, ciò che succede dentro il teatro. Uno spettacolo a tratti surreale, ma volutamente, in cui sembra anche prendere forma anche l’ispirazione pirandelliana del teatro nel teatro. Dramma a tinte fosche nel tentativo di condannare la violenza e il terrore.

Magnifiche le scene realistiche e visionarie di Alberto Pastor e gli apparati tecnici di Xavier Xipell.

Visto a Bolzano Teatro Comunale 29 maggio 2008

 

Robertoerre
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