domenica, 11 gennaio 2009, ore 01:33

La statua nella nebbia

 

nebbia 3

Quel giorno si era svegliata con la nebbia e ciò la rendeva molto infelice. Un evento raro per la sua città, ma proprio per questo difficile da sopportare. Lei, la statua, era abituata tutte le mattine ad ammirare i passanti che circolavano in campo, in fin dei conti era l'unico suo passatempo da quando avevano deciso di collocarla lì. Lei avrebbe preferito una piazza più grande, con vista panoramica su qualche vetta alpina magari innevata. Sentiva spesso parlare delle montagne, ma non le aveva mai viste purtroppo. Lo scultore che l'aveva fatta era di Venezia e quando gli fu commissionata dal Doge, l'unico viaggio era stato quello dalla bottega dell'artista fino al ponte delle Zattere, e da qui al campo. Oggi poi c'era la nebbia e si sentiva ancor più triste. Non riuscivo a vedere nemmeno la punta del suo naso e le persone che passavano da quelle parti erano solo delle ombre sfuggenti. Il suo hobby era quello di contare ogni giorno quante persone percorrevano il tragitto da un parte all'altra del campo. Fino ad oggi aveva contato quattordici milioni, trecento mila settecentoquattro uomini e donne, cinquemilaquattrocentoventiquattro cani, duemila gatti. Una volta era passato anche una scimmia scappata da qualche zoo, ma aveva perso il conto di quanti piccioni si erano posati sulla sua testa, lasciando spesso tracce organiche maleodoranti. Aveva anche sentito dire che la nebbia a Milano era una consuetudine e che nessuno in quella città ci faceva più caso. Si consolò e pensò tra sé e sé: "Meglio  rinunciare a chiedere il trasferimento. Ci saranno pure le montagne a Milano, ma poi cosa te ne fai se non le puoi mai vedere. Resto qui a casa mia. Si soffre un po' di reumatismi per l'umidità del mare, ma quando c'è il Carnevale ci si diverte così tanto”. E chiuse gli occhi pensando al domani senza nebbia e senza sogni.


Robertoerre
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sabato, 06 dicembre 2008, ore 14:59

 

 

Libreria Feltrinelli Venezia Mestre 5 dicembre 2008

Il treno dei Poeti si è fermato nella libreria, accogliente, in cui i viaggiatori poeti provenienti da tutta Italia, si sono conosciuti. Al tavolo Giuseppina e Caterina (Veronica e Ariele in splinder), le valide organizzatrici del tour poetico-ferroviario più originale e simpatico che esista!

Oggi siamo a MIlano, libreria Feltrinelli di via Manzoni alle 17. Vigilia di Sant'Ambrogio a Milano, O Bei, O Bei, nebbia e prima della Scala.

Domani a Roma e Aprilia

 

 

feltrinelli

 

 

feltrinelli 2

 

Robertoerre
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giovedì, 23 ottobre 2008, ore 20:15

 

 

Batouge

 

PARIGI CHE FU UN TEMPO

Era stata una giornata turistica che più turistica non si può. Bateau mouche per vedere Parigi dalla Senna, anche di notte dove la città  cambia volto. Un giro al Museo Carnevalet (è nel vecchio ghetto, il Marais, ora diventato anche il quartiere alla moda dei gay), nel palazzo di Madame de Sevignè. Sai quelle dame "savantes" del '600 che proteggevano poeti e filosofi. Ha un bel giardino, dentro al suo hotel particulier, vicino a Place des Vosges, che odora di mortella. Dentro quadri della storia di Francia. Gambetta che fugge in pallone aereostatico oltre l'assedio prussiano; la statua della libertà che i francesi regalarono agli americani e che spunta con la testa incoronata e la fiaccola dai tetti delle fornaci parigine. Grandi immagini di Parigi di una volta. Il Marais ha il suo fascino: vecchia palude verso la Senna bonificata da Enrico IV. Qualche vecchio mulino e palazzi (anche quella della povera regina Margot di Dumas) secenteschi. Fa fresco ma il sole, quando arriva, scalda nelle ore meridiane. Passando per Pitchi Poi in rue Caron al 7, ho ricordato che qui, durante i rastrellamenti dell'olocausto, gli ebrei dei territori di residenza della Polonia, Rutenia, Volinia e Livonia, non sapevano di recarsi al massacro e quando si domandavano tra di loro "dove andiamo?" si rispondevano "a Pitchi Poi" che non vuol dire niente, un luogo laggiù/quaggiù, una specie di boh! Nelle brasserie, si mangiano cose dell'est d'una volta: varietà infinite di caviale ed uova di pesce, alcune rosse altre gialle e grandi come perle. Aringhe affumicate arrangiate in ogni salsa possibile, insalate di cetrioli con lo yogurt, il tutto accompagnato da vodke forti e cristalline. Gusti apparentemente scipiti ma densi del profumo acre e persistente delle affumicature e delle uova di pesce di fiume. Parigi è anche questa, lo spiegherò meglio un'altra volta.....

Robertoerre
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mercoledì, 30 luglio 2008, ore 23:28

 
 
 
 
 
nothing34tp
NIENTE 
  
Niente era stato il motivo che lo aveva convinto a partire. “Niente” si era detto, non sapendo nemmeno lui il perché ma lo aveva fatto.
Da quel niente si era ritrovato su di un’isola di cui non aveva mai saputo nulla. Aveva trascorso tutta una vita senza chiedersi niente di quel posto. Una cosa però la sapeva, era lunga quanto l’Italia. Era Cuba.
Abituato a vivere, senza mai chiedersi che cosa ci facesse in quel momento in un posto qualunque, si guardò intorno, e si convinse subito di un fatto: anche ora  dove si trovava non c’era niente che gli potesse far cambiare idea, Non sapeva nemmeno lui cosa, ma lo aveva pensato lo stesso.
Il poliziotto al controllo passaporti gli chiese il motivo che lo aveva portato all’Avana. “Niente, nessun motivo”, rispose come se fosse normale volare da una parte all’altra dell’Oceano Atlantico per un niente che importasse a qualcuno.  
Fu allora che si ritrovò lungo il Malecon nell’ora del tramonto inondato di luce. Sul molo antistante il mare un giovane uomo bagnava la pietra porosa con l’acqua,   prendere la rincorsa e far scivolare il suo corpo lucido rivestito di gocce, così trasparenti da brillare di luce dipinta. Una differente dall’altra. C’erano tutti i colori del mondo in quelle gocce, come se un pittore avesse deciso di dipingerci sopra quel corpo scivoloso. Una due tre, cento volte di seguito, senza fermarsi mai, abituato a farlo tutti i giorni delle settimane, dei mesi dell’anno. “Perché non scivolare sul molo di pietra porosa bagnata con l’acqua di mare, una due tre, cento volte di seguito, se non vi era motivo per non fare altrimenti niente…..”Se lo chiese proprio così, continuando ad osservare quel corpo ricoperto di gocce sempre meno trasparenti, in un tramonto di luce asettica che si lasciava sprofondare lentamente nel mare pastoso dell’Avana.
“Chissà quanto tempo ci vorrà perché diventi buio?” pensò, ma subito dopo decise che a lui del tempo non gli importasse niente.
Intorno a tutto scorreva lentamente a ritroso. Rivedeva la sua vita scorrere al rallentatore, mentre il buio della sera avanzava inesorabilmente. Tutto era inesorabile all’Avana. Niente o nessuno poteva impedirlo. Era lì in quel momento, ma nessuno si accorse di lui.
All’Avana non c’era mai tempo per accorgersi di niente. La notte faceva sparire sempre ogni traccia. Non c’era notte che qualcosa non spariva in quella città. Anche lei scompariva la notte.
Un sibilo suadente si diffuse per le strade deserte. Il buio rubava la luce. Rumori di passi sempre più lontani lasciavano il posto a gocce d’acqua salata, in mezzo il tramonto pronto a catapultarsi di là dal vuoto.
Era questione di tempo, ma lui non sapeva cosa farsene del tempo, non aveva mai saputo cosa farsene.
Era a Cuba e il tempo non aveva importanza. Era all’Avana dove il tempo non importava a nessuno. Forse non esisteva, e lui non voleva pensarci. Era lì in quel momento, ma poteva essere da un’altra parte nello stesso istante e non provare niente di diverso.
“Sono qui, ma potrei essere anche da un’altra parte…” disse a se stesso, ma subito dopo si ricordò che in quel momento era all’Avana e non poteva farci niente. Una città dove le strade erano larghe quanto le piste di un aeroporto dove nessuno atterrava. Un posto dove tutto si muoveva lentamente e non aveva mai fine; il giorno dalla notte, la luce dal buio, il silenzio dal frastuono. Come la musica. C’era sempre musica.
Tutto era musica all’Avana. Usciva dalle finestre delle case, di giorno e di notte. Un suono che ti avvolgeva come un respiro affannoso di vivere. Era tutto e niente. Se la volevi possedere lei sfuggiva. Sempre. Era intorno a te. Tutto all’Avana stava intorno a te.
Si guardò intorno. C’era solo la luce in un tramonto che sprofondava dietro l’orizzonte, oltre il quale non c’era niente. C’era il vuoto.
Diventava buio, ma era come se fosse ancora giorno. L’Avana era così e nessuno poteva farci niente.
Non riusciva più a distinguere il cielo dal mare, l'acqua dalla terra, il molo dal giovane uomo, lui da se stesso. Tutto era diventato l’uno e l’altro senza inizio e senza fine. Era a Cuba e non poteva essere altrimenti. Fu allora che scomparve dentro il buio e di lui non si raccontò più niente.
 
(pubblicato sul blog)
                                       Rosso Venexiano Salotto di Poesia Letteratura Pittura Fotografia
Robertoerre
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martedì, 22 luglio 2008, ore 22:04

sassi

 Pietre. Frammenti di fatiche millenarie. Baluardi di vita estinta.Rifugi dell'uomo un tempo pastore. Lande desolate testimoni di civiltà scomparse.

Robertoerre
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martedì, 22 luglio 2008, ore 10:08

sassi 1

Sentieri che si arrampicano sulle scogliere. Sassi disposti in lunghe file a riparo della scarsa terra.  

Robertoerre
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martedì, 22 luglio 2008, ore 09:44

spiaggia alta

Il mare delle Cicladi.

Robertoerre
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martedì, 22 luglio 2008, ore 09:41

cespuglio

Livadi, spiaggia bianca.  

Robertoerre
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martedì, 22 luglio 2008, ore 09:16

casa

Sassi desolati. Arida terra dove antiche dimore ospitavano umili pastori. Terra arsa e consumata dal vento.

Robertoerre
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martedì, 22 luglio 2008, ore 08:57

Folegandros

Katargo. Spiaggia assolata dove il meltemi spira sull'acqua in cui ci si rispecchia.

Robertoerre
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